Capitolo 14. ALLA FINE DELLA PRIORIA

Dopo aver attraversato silenziosamente il corridoio della via Crucis, arrivarono in un locale nuovo e davvero particolare della prioria.

Si trattava della Stanza delle Reliquie. Sia Marghe che Perla ammirarono quella moltitudine di oggetti riposti proprio lì, simboli di fedi differenti. Infatti, si passava dall’osservare divinità ed idoli orientali ai santi e martiri della religione cristiana.

D’Annunzio: “Quello che potete vedere in questa stanza, amiche mie, è definibile come sincretismo religioso!”.

Perla: “Sincretismo religioso? Che lingua è mai questa, arabo?”.

D’Annunzio, divertito come non mai, rispose: “Perla, il sincretismo sarebbe un mix di elementi ideologici differenti, che non hanno nulla in comune. In questo caso particolare si tratta “dell’assembramento” di elementi che rappresentano religioni diverse!”.

Perla: “Aaahhh, wooow! Ma quante cose sai Gabry?!”.

Marghe rideva sotto ai baffi. La sua amica era davvero incontenibile. Pensava a come facesse a non tenere a freno quella bocca… 

Mentre il vate raccontava, Marghe osservò uno strano oggetto, che di religioso aveva veramente poco: per lei si trattava di un semplice volante rotto. Così interruppe D’Annunzio: “Gabry, scusa se ti fermo in modo inopportuno, ma cosa c’entra quel volante in mezzo a tutta questa religiosità?”.

D’Annunzio: “Ottima osservazione Marghe. Ci sarei arrivato fra un istante. Ma, dato che hai già puntato gli occhi su di lui, anticipo i tempi. Questo volante spezzato apparteneva ad un amico, si chiamava Henry Segrave. E’ morto esattamente 8 anni fa, nel 1930, dopo che tentò di battere un record di velocità nelle acque del Lago Windermere in Inghilterra”.

Marghe: “Che coraggio! Che paura! A me la velocità non sta tanto simpatica. Preferisco sempre fare le cose con calma, in modo da poterle anche fare meglio. Com’è che cita il detto?!”.

Perla: “Marghe, sei sempre la solita smemorata. Si dice così: chi va piano, va sano e va lontano. Gabry, forse sarà una domanda sciocca, ma io sinceramente non ho ancora capito cosa possa c’entrare con la religione”.

D’Annunzio: “Quel volante, cara Perla, è simbolo del rischio. Per me anche il rischio è una religione, perché anche questo è rappresentativo di un atto di coraggio. Si tratta della temerarietà di un uomo di superare (o per lo meno provarci!) gli ostacoli che proprio madre natura gli pone innanzi”.

Le ragazze, in quella strana avventura proiettata nel passato, stavano imparando una marea di cose. Erano davvero incantate sia dall’ascolto dei racconti della loro nuova guida, sia dalle stanze e dalle meraviglie che avevano la fortuna di osservare con i loro stessi occhi.

Una miriade di libri e… una grande elica

Proseguirono poi verso un’altra zona della prioria. Si trattava della Stanza del Giglio. Si trattava di un piccolo studio contenente circa 3.000 volumi che trattavano di Storia e Letteratura Italiana. Quello era per Marghe e Perla il miglior panorama che avessero mai visto. Forse era ancora più bello della Sardegna subacquea visitata durante l’estate appena trascorsa.

Proseguirono oltre. Giunsero in un luogo in cui, la prima particolarità che balzò ai loro occhi, pendeva proprio dal soffitto.

Perla: “Gabry, ma la tua casa ospita oggetti di tutti i tipi e strani per essere dei soprammobili e… dei lampadari!”.

Perla faceva riferimento ad una grande elica attaccata al soffitto di quella nuova Stanza, chiamata Oratoria Dalmata. 

D’Annunzio, sempre più divertito: “Perla, Perla, illumini anche la notte! Non hai fatto una brutta osservazione comunque. Questo strano particolare, potremmo ricollegarlo al volante che abbiamo visto poco fa. Si tratta, in questo caso, dell’elica dell’idrovolante con cui Francesco De Pinedo, nel 1925, dunque ormai ben 13 anni fa, compì un incredibile volo a tappe. Questo contava la bellezza di 55.000 km: da Sesto Calende a Melbourne e Tokyo”.

Le amiche erano sempre più sbalordite dai segreti di quella prioria, ma soprattutto ammiravano molto quell’uomo tanto interessato a questi oggetti particolari, oltre che al loro posizionamento. Adoravano i significati che possedevano e soprattutto erano incantate dal fatto che il vate era riuscito a dare un senso a tutta la sua dimora, bagni compresi.

“Io mi dichiaro Monco!”

Passarono così in un nuovo vano della prioria. All’interno si fece largo un grande tavolone con appoggiate una quantità infinita di lettere e fogli.

Marghe: “In questa stanza scrivi? E quella strana mano scolpita cosa significa?”.

D’Annunzio: “Si, Marghe. In questa stanza scrivo, ma non per il piacere di farlo. Questa è la stanza del disbrigo della mia corrispondenza. Come potete vedere non manca, ce n’è fin troppa!”.

Perla, con la solita ansia ed irruenza: “Ma non hai risposto alla domanda sulla mano!”.

D’Annunzio, che si aspettava l’intervento, rispose: “Non mi sono dimenticato Perla. Quella scultura in cui è raffigurata una mano sinistra, riporta, se ci fate caso, anche una scritta. Avete visto?”.

Le due amiche si avvicinarono per osservare meglio. Effettivamente non avevano fatto caso a quella frase.

Marghe: “C’è scritto: Recisa Quiescit. Ma questo, se non sbaglio, è latino. Ma noi non lo conosciamo il latino. Abbiamo appena iniziato la Prima Superiore, dobbiamo ancora studiarlo. Cosa significa?”.

D’Annunzio: “Questa frase vuole dire: Tagliata Riposa. Vi svelo un segreto, anche per farvi capire meglio il significato del tutto. Da molto tempo, non potendo e alle volte non volendo rispondere a tutte le lettere che, come vedete, mi arrivano a frotte, ho deciso di dichiararmi monco, che significa, prima che Perla me lo chieda: impossibilitato a scrivere poiché privo della mano”.

Quella stanza, infatti, si chiamava Scrittoio del Monco.

Il giro in quella enorme e colma prioria stava per finire. Mancavano ancora poche stanze da visitare…

Un inchino alla Dea Cultura

… Ne raggiunsero una arredata con mobili molto semplici e funzionali. Si trattava dello studio di D’Annunzio. Per accedervi vi era una porta davvero molto bassa e tre scalini. Chi entrava, era costretto a chinarsi se non avesse voluto sbattere la testa contro al basso architrave. Ciò era stato studiato appositamente dal poeta. Abbassare la testa significava inchinarsi dinnanzi alla Cultura.

Dietro al tavolo da lavoro, le due amiche osservarono subito un busto coperto da un velo…

“Quella è la mia amata Eleonora. La mia dama velata. Tutte le volte che mi metto a scrivere copro il suo volto. Troppa bellezza mi distrarrebbe dal mio lavoro!”, spiegò D’Annunzio.

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